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Di seguito l’articolo completo:
Parlare di “Via” dentro le aule di una scuola
prof. Franco Cavalcante, Docente di Religione Cattolica presso l’Istituto Professionale “Ceconi” di Udine
Quando mi è stato chiesto di elaborare una riflessione sulla citazione del vangelo di Giovanni in cui Gesù si definisce come la “Via” da seguire, e di metterla in relazione con il mio lavoro di docente nella scuola secondaria di secondo grado, confesso che l’ho percepita da subito come una sfida stimolante e non certo banale. Mettere in dialogo una delle affermazioni più radicali dei vangeli con la quotidianità della scuola, fatta di registri elettronici, verifiche, consigli di classe e colloqui con i genitori degli studenti, non è un compito semplice, anzi in qualche modo mi ha costretto a soffermami e a chiedermi, che cosa significa parlare di “Via” dentro le aule di una scuola? Gesù pronuncia questa frase durante l’ultima cena, il clima è carico di inquietudine, i suoi discepoli percepiscono che sta per accadere qualcosa di decisivo e sono disorientati. Difronte allo smarrimento dei discepoli Gesù offre se stesso come riferimento, non propone una serie di regole, bensì una relazione che orienta il cammino. La scuola sicuramente è uno dei luoghi in cui la domanda sulla “Via” risuona con più forza, anche quando non viene formulata esplicitamente. Gli adolescenti che incontro ogni mattina non cercano soltanto spiegazioni su un autore, una formula o un teorema, dietro le interrogazioni, i compiti in classe e le discussioni in aula si intravede spesso qualcosa di più profondo, il bisogno di capire quale direzione prendere, di immaginare la persona che desiderano diventare e di scoprire ciò che, nella vita, merita davvero il loro impegno e la loro dedizione.
I nostri ragazzi vivono un tempo in cui le possibilità sembrano infinite, hanno davanti una quantità di opzioni impensabili fino a pochi decenni fa, eppure, proprio questa abbondanza può generare confusione. Quando tutto è possibile, quando ogni strada sembra valida, scegliere diventa più difficile perchè manca un criterio per orientarsi. In questo scenario, la parola “Via” acquista una forza sorprendente. Nel vangelo Gesù non propone un insieme di idee astratte, ma mette in gioco la propria persona, non esercita un potere che obbliga, ma invita a fidarsi. È un modo di concepire il ruolo di guida che chi, come me, ha una responsabilità educativa dovrebbe prendere seriamente in considerazione. Naturalmente, un insegnante non può e non deve identificarsi con quella affermazione in senso assoluto.
Non siamo la “Via” né la “Verità” né tantomeno la “Vita” per i nostri studenti, sarebbe presuntuoso e pericoloso pensarlo. Eppure, nel nostro piccolo, rappresentiamo un tratto di strada nel loro cammino. Il modo in cui entriamo in classe, il tono con cui correggiamo un errore, la pazienza o l’impazienza con cui rispondiamo a una domanda, comunicano molto più di quanto immaginiamo. I ragazzi osservano e intuiscono se ciò che diciamo coincide con ciò che viviamo: hanno bisogno di adulti credibili. Come educatori bisognerebbe chiedersi costantemente che tipo di “via” rappresentiamo per i nostri studenti, siamo presenze che incoraggiano o che scoraggiano? Offriamo criteri o solamente regole? Trasmettiamo passione per ciò che insegnano oppure semplicemente abitudine?
Possono sembrare domande retoriche, ma in realtà sono interrogativi che toccano la qualità della nostra testimonianza, prima ancora delle nostre competenze. L’affermazione di Gesù “Io sono la Via” è anche una promessa ai discepoli che non saranno ai più soli durante il cammino. Forse è questo l’aspetto che più mi colpisce e che, indirettamente, illumina il mio essere insegnante. Anche a scuola, ciò che fa la differenza è far percepire ai ragazzi che non sono soli nel loro percorso, che c’è un adulto disposto ad ascoltare, a spiegare di nuovo, a dare un’altra possibilità. Certamente non possiamo decidere la strada al loro posto, non possiamo evitare ogni difficoltà, ma possiamo offrire orientamento. In un tempo che moltiplica le strade ma fatica a dare un senso, forse la scuola resta uno dei pochi luoghi in cui si può ancora imparare a camminare con consapevolezza. Se per il cristiano, Cristo è la via, allora ogni esperienza educativa può diventare, un riflesso di quell’accompagnamento non fatto da imposizioni, ma di proposte, non di controllo ma di fiducia, non di rigidità ma di coerenza viva. Essere insegnanti, in fondo, significa proprio questo, aiutare i giovani a non perdersi, a non smettere di cercare, a scoprire che la loro vita non è un labirinto senza uscita, ma un cammino che marita di essere percorso con coraggio, libertà e responsabilità.
