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Di seguito gli articolo completi:
Nella Verità il cuore che non si turba
Enzo Cattaruzzi, Giornalista
Nel dibattito pubblico contemporaneo la verità è diventata un terreno scivoloso. Non perché sia scomparsa, ma perché è contesa: manipolata, piegata, resa merce. In questo scenario il giornalista è chiamato a un compito che non è solo tecnico, ma civile. Raccontare i fatti senza lasciarsi turbare: non dall’urgenza di schierarsi, non dal clamore dei social, non dalla pressione di chi pretende narrazioni utili invece che notizie vere.
Il monito evangelico «Il vostro cuore non sia turbato» non appartiene solo alla sfera della fede. È un principio di metodo: chi informa deve mantenere un centro stabile, un punto fermo che impedisca alla tempesta di travolgere il giudizio. Non è distacco emotivo, ma disciplina. Non è neutralità, ma responsabilità.
C’è però un passaggio ulteriore, più scomodo e più esigente. Chi parla della verità deve ricordare che non è lui a fondarla. Prima della nostra parola c’è sempre una Parola che ci precede: per chi crede è quella di Colui che ha detto «Io Sono»; per chi non crede è comunque il riconoscimento che la realtà non si piega ai desideri di chi la racconta. La verità non nasce dal giornalista: il giornalista la serve.
In un’epoca in cui l’informazione vive di accelerazioni e di indignazioni istantanee, la tentazione di turbare il cuore — e di turbare quello degli altri — è fortissima. Ma la credibilità non si costruisce con il volume della voce. Si costruisce con la fedeltà ai fatti, con la capacità di sottrarsi al rumore, con l’umiltà di sapere che ogni parola pubblica ha un peso che ricade sulla comunità.
Per questo il giornalismo che non si lascia turbare non è un giornalismo debole: è un giornalismo libero. E oggi, più che mai, la libertà passa da qui.
La post-verità (non) vi farà liberi
Giovanni Lesa – Giornalista, vice-direttore de “La Vita Cattolica”, direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Udine
Se si pensa ad argomenti tabù, di cui “non si può parlare”, ci vengono subito in mente temi bioetici o legati alla sessualità. In realtà, ambiti di questo tipo sono ampiamente presenti – e da anni – sul palcoscenico dell’opinione pubblica. Che spesso, appunto, diventa palcoscenico o tribuna da stadio anziché seggiola su cui sedersi e discutere civilmente. Un vero tema tabù, oggi, è quello della verità. È vietato dire “so la verità”, sebbene tutti noi, pensando a questo o quell’argomento, in cuor nostro pensiamo di sedere dalla parte della ragione.
Sono già passati dieci anni da quando l’Oxford dictionary, nella sua simpatica classifica, definì “parola dell’anno 2016” il termine post-verità. Si tratta di un concetto secondo cui “verità” non è un fatto reale, ma una percezione condivisa di qualcosa che, probabilmente, non è mai accaduto. È una verità finta, indotta, fatta passare come tale da qualche “opinion leader” mediatico o politico. Così quella in Ucraina diventa magicamente un’operazione militare speciale; il Covid è stata un’invenzione delle compagnie farmaceutiche; il genere sessuale può essere mutevole; la gestazione per altri è buona se è gratuita; quella dei migranti è una continua invasione; e via dicendo.
Il problema non è solo provare la falsità di affermazioni di questo tipo (operazione tutto sommato fattibile), quanto invece tenere ritte le antenne per chiedersi se ciò che si sente dire è davvero una verità, un fatto vero, una narrazione reale.
La realtà è sfaccettata – Papa Francesco diceva che è un poliedro –, quindi oltre a entrare nel merito dei temi è opportuno aggiungere uno sguardo più profondo, esistenziale. Tradotto: non basta dire cosa c’è di falso, bisogna anche capire il perché si è arrivati a una falsa verità. Ecco, dunque, che accanto alla buona comunicazione ci sta bene anche il Vangelo.
«Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32). Cristo afferma, cioè, che la verità è inscindibilmente legata a lui. D’altra parte, pochi capitoli dopo egli stesso si definisce «Via, verità e vita» (Gv 14,6). Nessuno, nella storia, ha mai osato tanto: definire se stesso “verità”. Ancora Papa Francesco, nel suo «Dialogo tra credenti e non credenti» assieme a Eugenio Scalfari (Einaudi, 2013), affermò testualmente che «la verità non è “assoluta”, perché ciò che è assoluto è privo di relazione. La verità è l’amore di Dio per noi, dunque è una relazione».
Gli esempi di post-verità non portano alcuna relazione: de-costruiscono un concetto senza condurre alla libertà (se non c’è verità, non c’è nemmeno libertà), servono a creare un consenso che non lega la persona a nulla e, anzi, la riduce a un oggetto: i migranti sono “numeri annegati”, i soldati sono “unità di combattimento”, i bambini nel grembo sono “prodotto di gestazione”, eccetera. Che forma di verità è mai questa?
È nel legame che troviamo la verità di noi stessi. Quando litighiamo con una persona, possiamo ammettere dentro di noi di aver sbagliato: questo è fare verità, ed emerge soltanto nel rapporto con l’altra persona, anche se litigioso. Il sentimento di libertà che si prova quando si ammette il torto, è qualcosa di davvero rasserenante, “ci si è tolti un peso”. Quando amiamo qualcuno, il sentimento è vero tanto quanto ci sentiamo legati a quella persona; e quando glielo diciamo, sentiamo un fremito di libertà: “ti voglio bene”, null’altro.
La verità, in definitiva, si esprime in una relazione libera, serena, trasparente, in cui l’altra persona viene riconosciuta nella sua dignità, nel suo valore, nella sua unicità. E questo è irriducibilmente vero. L’esempio migliore che la storia ci presenta è proprio Cristo, verità per definizione perché, per definizione, è amore. Se c’è amore, c’è verità; se c’è verità, c’è libertà. Sarà anche comodo dire che “non abbiamo la verità in tasca”, ma con lo sguardo della fede sappiamo benissimo dove andare a cercarla.
